
Le associazioni notarili nascono tutte con le migliori intenzioni. In molti casi rappresentano una scelta strategica che consente di unire competenze, condividere costi e risorse, migliorare l’organizzazione del lavoro e garantire ai clienti un servizio più efficiente e completo. Non di rado, l’idea di associarsi parte da una visione positiva: più notai insieme possono affrontare meglio la complessità delle pratiche, attrarre clienti più strutturati, specializzarsi e garantire continuità anche nei periodi di assenza o di maggiore carico di lavoro.
Eppure, non sempre le cose vanno come previsto. Dopo qualche anno, o talvolta anche dopo pochi mesi, possono emergere difficoltà che minano la serenità della collaborazione. A volte il problema nasce da un malinteso nella ripartizione delle spese; altre volte si tratta di divergenze sugli obiettivi, come accade quando un socio punta a crescere in volume mentre un altro preferisce selezionare i clienti. Altre volte ancora, cambiano gli obiettivi personali di uno dei soci e questo si riflette su tutta la compagine.
Non mancano, purtroppo, anche situazioni in cui i rapporti personali diventano fonte di conflitto e le tensioni finiscono per coinvolgere collaboratori e clienti.
Che cosa fare, allora, quando una associazione notarile “non funziona”? La risposta non è mai semplice né immediata. Serve un approccio ragionato, che tenga conto degli aspetti economici, organizzativi, relazionali e, naturalmente, giuridici.
Il primo passo è quello di avere consapevolezza della situazione e delle cause che l’hanno generata.
Una prima tentazione, molto diffusa, è attribuire la colpa al carattere di un socio o a un presunto difetto di lealtà. In realtà, nella mia esperienza di consulente, i problemi raramente derivano da una sola causa. Più spesso si tratta di un insieme di fattori che si intrecciano tra loro. Vediamo a seguire i principali motivi di doglianza
- Divergenze strategiche: se un notaio ha una percezione diversa del mercato e vuole investire nell’organizzazione, magari introducendo nuove tecnologie e servizi, mentre un altro preferisce contenere i costi e mantenere il modello tradizionale, l’associazione rischia di dividersi in due anime incompatibili.
- Gestione poco trasparente: quando non c’è chiarezza su come vengono suddivisi ricavi e spese, si alimentano sospetti e risentimenti. Anche se i numeri fossero equi, la percezione di ingiustizia può essere corrosiva.
- Ruoli non definiti: senza una chiara assegnazione di compiti e responsabilità, alcune attività restano inevase mentre altre vengono duplicate. Questo genera inefficienze e frustrazione tra i collaboratori.
- Conflitti personali: i professionisti, come tutte le persone, portano con sé caratteri, sensibilità e aspettative diverse. Se non si trova un equilibrio, anche la migliore organizzazione rischia di incepparsi.
- Rigidità organizzativa: il mercato notarile cambia, i clienti chiedono maggiore velocità e digitalizzazione. Se l’associazione resta ferma, può perdere competitività e accentuare le tensioni interne.
Comprendere queste dinamiche è essenziale: senza una diagnosi accurata, qualsiasi rimedio rischia di essere inefficace o temporaneo.
Per affrontare efficacemente una crisi, il primo passo è sempre un’analisi oggettiva. Non ci si può limitare a “sensazioni” o a recriminazioni reciproche. Occorre ricostruire i dati reali: andamento dei ricavi e dei costi, numero e tipologia di pratiche, tempo impiegato da ciascun socio e dai collaboratori, livello di soddisfazione dei clienti. Spesso, mettere nero su bianco le informazioni consente di smontare convinzioni errate o pregiudizi che si sono sedimentati nel tempo.
Ogni associazione si fonda su uno statuto o un patto associativo. Non è raro che questi documenti vengano dimenticati dopo la firma, salvo poi riscoprirli quando sorgono i problemi. In realtà, contengono spesso già le regole su come affrontare crisi e divergenze: clausole di recesso, criteri di ripartizione, modalità decisionali. Riprendere in mano questi testi permette di ricordare a tutti quali siano i diritti e i doveri reciproci e ridà una base giuridica solida al confronto.
Il dialogo è indispensabile, ma non basta sfogarsi. Al contrario, occorre un metodo: una riunione con un ordine del giorno definito, un verbale da condividere, e – spesso – la presenza di una figura terza, capace di mantenere il confronto su un piano costruttivo. In questo modo si evita che la conversazione degeneri in una sequenza di accuse e difese personali.
Una volta raccolte tutte le informazioni, occorre verificare se è possibile un recupero. Molte associazioni possono ancora funzionare, a patto di rinegoziare e cambiare alcune regole interne. Si può, ad esempio:
- rivedere i processi di lavoro, introducendo procedure standard per garantire efficienza e uniformità,
- adottare sistemi di controllo economico più chiari, magari con report periodici condivisi,
- cambiare le regole di suddivisione degli utili, dei compensi e delle spese per adeguarle al mutamento negli apporti individuali dei soci
- aggiornare la governance in base a nuovi rapporti di potere
In questo modo si riduce l’ambiguità, si aumenta la trasparenza e si alleggerisce il carico delle discussioni quotidiane.
Non tutte le associazioni sono destinate a durare. In certi casi, le divergenze sono talmente profonde che ogni tentativo di ricucitura rischia solo di rinviare l’inevitabile. In queste situazioni, la scelta migliore è pianificare una separazione ordinata. Questo significa affrontare con lucidità la divisione del personale, la riallocazione dei clienti, la gestione dei costi comuni e la comunicazione verso l’esterno. Una separazione gestita male può danneggiare tutti, mentre una separazione gestita bene può permettere a ciascun notaio di ripartire con nuovo slancio.
Quando le tensioni sono alte, una figura esterna può fare la differenza. Un consulente non si sostituisce ai notai, ma li aiuta a:
- leggere i dati con imparzialità, evitando che la discussione si basi solo su percezioni,
- facilitare il confronto, riducendo il rischio che le riunioni degenerino in conflitti personali,
- progettare soluzioni pratiche, che spaziano dalla revisione dei processi interni fino alla definizione di un piano di scioglimento.
Il consulente ha il vantaggio di non essere coinvolto emotivamente e di poter portare esempi da altre esperienze, mostrando che i problemi incontrati non sono unici e che esistono strade percorribili.
Trovarsi in una associazione notarile che non funziona è una situazione scomoda e spesso dolorosa. Tuttavia, può rappresentare anche un momento di crescita. La crisi obbliga a fermarsi, a riflettere, a rimettere in discussione regole e abitudini che forse non erano più adeguate. Occorre insomma trasformare la crisi in opportunità.
Non sempre la soluzione è restare insieme: talvolta la scelta più saggia è separarsi. Ma in entrambi i casi, ciò che conta è affrontare la situazione con metodo, con trasparenza e con la capacità di guardare al futuro. Perché, alla fine, l’obiettivo resta sempre lo stesso: garantire ai clienti un servizio di qualità e preservare la dignità professionale di ciascun notaio.
Michele D’Agnolo, Executive Consultant – Intuitus Networ
