Alcuni principi di diritto a seguito della sentenza n. 11421 del 30.4.2021 a Sezioni Unite della Cassazione – a cura Notaio Alessandra Magnocavallo

È sorta in dottrina e giurisprudenza da qualche anno (dal 2015) una vera e propria querelle interpretativa circa l’esatta nozione di beneficiario nei contratti di assicurazione per il caso di morte dell’assicurato, relativamente alle clausole di individuazione dei beneficiari designati contrattualmente e solo genericamente con la dizione “eredi legittimi o testamentari”.

Va subito premesso che le Sezioni Unite non sono state affatto chiamate a deciderene in merito:

alla natura del diritto: è pacifico che il beneficiario sia titolare di un diritto “iure proprio” – derivante dal contratto di assicurazione ed acquistato in virtù della designazione effettuata dal contraente – e non “iure successionis”;

alla fonte dell’acquisto: anche a tal proposito, è pacifica la fonte contrattuale.

Il contrasto tra le Sezioni semplici è sorto negli anni con riguardo alla sussistenza o meno di un criterio immanente di interpretazione presuntiva in forza del quale la clausola dell’assicurazione sulla vita che prevedesse quali beneficiari gli eredi dello stipulante comportasse anche un rinvio alle quote di ripartizione dell’eredità secondo le regole della successione legittima o testamentaria.

Secondo una consolidata giurisprudenza di legittimità, nell’ipotesi di beneficiari individuati con riferimento alla categoria degli eredi legittimi, essi sono da identificarsi con coloro che in astratto – seppure con riferimento a tale qualità esistente al momento della morte – siano i successibili per legge e quindi anche ed indipendentemente dalla loro effettiva vocazione (anche se, ad esempio, fosse seguita una successione testamentaria).

Quanto alla ripartizione dell’indennizzo tra gli eredi legittimi, sempre secondo la prevalente giurisprudenza, in mancanza di diversa previsione dell’assicurato-contraente, essa dovrebbe presumersi uguale tra tutti i chiamati all’eredità e non secondo le quote ereditarie previste dalla successione ex lege, essendo contrattuale la fonte regolatrice del rapporto: l’indennizzo ripartito per teste e non pro quota ereditaria.

Nel 2015 la Suprema Corte, però, si è posta in netto contrasto con la posizione giurisprudenziale sopra citata, mettendo in discussione il principio secondo cui il riferimento alle regole della devoluzione dell’eredità assumerebbe rilevanza solo per l’individuazione della persona del beneficiario e non anche per la misura della sua quota di indennizzo, stabilendo che il quantum deve essere determinato pro quota sulla base delle regole della successione legittima.

Quindi, a seguito delle diverse posizioni delle Sezioni della Suprema Corte, la Corte di Cassazione nel 2019 ha rimesso alle Sezioni Unite le seguenti questioni:

– se l’espressione “eredi legittimi” sia descrittiva di coloro che in astratto rivestono la qualità di eredi legittimi o se invece debba riferirsi a coloro i quali siano in concreto i destinatari dell’eredità;

– se la designazione di eredi testamentari possa interferire con l’individuazione astratta degli eredi legittimi;

– e se l’indennizzo vada corrisposto nella misura delle quote ereditarie spettanti ex lege o in parti uguali.

Le Sezioni Unite con la sentenza n. 11421 del 30.4.2021 hanno riaffermato l’interpretazione già univocamente seguita in precedenza, statuendo i seguenti principi di diritto:

– la designazione generica di “eredi” come beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita comporta l’acquisto di un diritto proprio all’indennizzo da parte di coloro che, alla morte del contraente, rivestano tale qualità in forza del titolo della astratta delazione indicata all’assicuratore per individuare i beneficiari della prestazione;

– la designazione in termini generici di “eredi” quali beneficiari di un contratto di assicurazione sulla vita, fatta salva un’espressa ed inequivoca volontà differente del contraente, non comporta una ripartizione secondo le quote della successione ereditaria, ma comporta che a ciascuno spettino quote uguali;

– e, infine, nel caso di premorienza di uno dei beneficiari al contraente, la prestazione (salva la revoca od una diversa disposizione del contraente stesso) spetta agli eredi del beneficiario premorto che subentrano nella quota che sarebbe spettata a costui. Dunque, la regola che implica l’identificazione degli eredi designati con coloro che abbiano tale qualità al momento della morte del contraente convive con la regola della trasmissibilità del diritto ai vantaggi dell’assicurazione in favore degli eredi del beneficiario premorto, quale conseguenza dell’acquisto già avvenuto in capo a quest’ultimo.

Alessandra Magnocavallo, Notaio in Brescia.

La contabilità dello studio notarile: i principi di cassa e competenza – a cura Dott. Michele D’Agnolo

Lo studio notarile ha generalmente una contabilità esclusivamente finalizzata all’assolvimento degli obblighi fiscali, legato all’apertura della partita IVA.

I notai neo-nominati aderiscono solitamente a regimi forfetari che non prevedono il riconoscimento delle componenti negative di reddito, mentre al crescere della dimensione dello studio diventa obbligatoria la tenuta di una contabilità c.d. semplificata. In entrambi i casi si tratta di una contabilità retta dal principio di cassa.

I regimi forfetari prescindono del tutto dalla tenuta di una contabilità, quindi, il Notaio non ha di fatto nessuna contezza della sua situazione economica, che deve ricostruire altrimenti ad esempio esaminando il proprio estratto conto bancario o sommando magari in un foglio di calcolo gli importi delle fatture emesse o ricevute. Questo può costituire un grosso limite informativo che può precludere al Notaio significative opportunità di sviluppo e non tutelarlo adeguatamente dai rischi economico-finanziari dell’attività, dei quali potrebbe accorgersi troppo tardi.  

La contabilità tenuta per cassa ha un valore informativo sicuramente significativo, ma comunque ridotto rispetto ad una contabilità più completa, tenuta anche in base al principio di competenza.

Qual è la differenza? Attenendoci al principio di cassa le componenti attive di reddito, gli incassi, si manifestano quando il cliente paga la prestazione mentre le spese o pagamenti si registrano quando lo studio notarile paga i fornitori e i dipendenti.

Un primo indice di salute dello studio è dunque dato dalla differenza tra incassi e pagamenti, che dovrebbe essere in linea di principio sempre positiva, salvo deficit momentanei dovuti ai tardivi pagamenti da parte dei clienti o magari da ascrivere a investimenti fatti che non hanno ancora trovato contropartita negli incassi. Purtroppo, questa grandezza non coincide quasi mai con il saldo del conto bancario dello studio notarile, nel quale transitano infatti anche le anticipazioni che lo studio fa in nome e per conto del cliente, che dovrebbero costituire una partita di giro.

Guardare soltanto agli incassi e spese è importante per sollecitare i creditori ma in alcuni casi può far adagiare sugli allori lo studio notarile.

Applicando il solo principio di cassa, potremmo avere il caso limite del Notaio che stipula moltissimi atti ma che i clienti non pagano. In questo caso il Notaio sa di aver lavorato moltissimo ma non ha incassato ancora nulla. Se i crediti sono buoni potrebbe forse ottenere un anticipo bancario sulle fatture, ma gli converrà iniziare a sollecitare i pagamenti arretrati o dotarsi di un finanziamento ponte che lo sostenga fino all’arrivo degli incassi.  

Per contro, potremmo avere anche il caso limite opposto, quello del Notaio che non stipula nessun atto ma “vive di rendita” incassando semplicemente il corrispettivo degli atti stipulati nell’anno precedente. Guardando soltanto il livello degli incassi, il Notaio potrebbe sentirsi al sicuro mentre in realtà dovrebbe già preoccuparsi per il poco lavoro e attivarsi di conseguenza.

Nel sistema di contabilità semplificata non teniamo conto, ad esempio, dei debiti progressivamente maturati quali ad esempio per il TFR dei dipendenti, quindi, il Notaio potrebbe sovrastimare i risultati ottenuti e non accantonare quanto necessario, trovandosi in difficoltà al momento di pagare.

Nel caso si adotti anche il principio di competenza, la contabilità dello studio rileverà non solo incassi e pagamenti ma anche ricavi e costi. Lo studio può infatti scegliere di adottare la contabilità ordinaria c.d. a partite aperte, che permette di rilevare sia le grandezze necessarie al fisco che quelle utili alla gestione. Un ricavo maturerà generalmente alla conclusione del lavoro, cioè una volta stipulato l’atto ed eseguite le relative formalità, a prescindere dal pagamento o meno della prestazione che potrebbe essere anticipato o posticipato. Parimenti un costo maturerà non più al pagamento del fornitore ma anche prima, in quanto dovrà contrapporsi ai ricavi che ha contribuito a creare. In altre parole, i fornitori costituiranno un costo per lo studio anche se non saranno ancora stati pagati.

Poiché i Notai hanno in genere una formazione prettamente giuridica è utile una precisazione.  Attenzione che né il sistema di costi e ricavi, né quello di incassi e pagamenti fanno riferimento al momento in cui sorge l’obbligo giuridico del pagamento, di solito di natura contrattuale, momento che potrebbe essere ancora diverso sia da quelli della manifestazione economica che da quello della manifestazione finanziaria.

L’adozione di entrambi i sistemi di contabilità sia di cassa che di competenza è quella che assicura allo studio notarile il massimo patrimonio informativo possibile. Infatti, è indispensabile per l’indipendenza del Notaio che lo studio sia di regola in equilibrio sia finanziario che economico. In altre parole, è bene che gli incassi siano sempre maggiori o uguali dei pagamenti e che contemporaneamente i ricavi siano sempre maggiori o uguali dei costi. La differenza tra ricavi e costi prende il nome di reddito e più precisamente di utile o perdita a seconda se è positiva o negativa.

La differenza tra incassi e pagamenti prende il nome di surplus finanziario o guadagno quando è positiva mentre di deficit finanziario quando è negativa.

Michele D’Agnolo, Executive Consultant – Intuitus Network.

Estinzione delle società a seguito delle operazioni di fusione e scissione – a cura Notaio Roberto Santarpia

Oggetto delle presenti riflessioni giuridiche è conseguenza di quanto espresso dalla sentenza della Cassazione a Sezioni Unite del 30 luglio 2021 num. 21970, in tema di estinzione delle società a seguito delle operazioni di fusione e scissione e conseguenti ricadute sulla attività notarile, lì dove asserisce che in seguito alla fusione (e scissione) “non si prospetta una mera vicenda modificativa, ricorrendo invece una vera e propria dissoluzione o estinzione giuridica, contestuale ad un fenomeno successorio.”

      Quindi al solo scopo di porre le basi del discorso al fine di dare una soluzione all’eventuale problema inerente alla applicabilità o meno della disciplina legale prevista in modo cogente ai trasferimenti immobiliari, nel caso di trasferimento di un complesso aziendale cui facciano parte anche immobili nel contesto di un procedimento di fusione e scissione di società, alla luce della detta sentenza della cassazione, vi è in primo luogo da precisare il principio di diritto che la detta Sentenza ha pronunciato -al fine come sempre di dirimere un conflitto giurisprudenziale relativo agli effetti della fusione e anche della scissione- asserendo che l’operazione di fusione estingue la società incorporata dando luogo a una successione universale “corrispondente alla successione mortis causa” della società incorporante nell’intero patrimonio dell’incorporata, con il risultato che la incorporante subentra in tutti i rapporti giuridici attivi e passivi, sia sostanziali che processuali, di cui era parte detta società incorporata, superando ed abbandonando il precedente principio consistente nella mera vicenda evolutivo modificativa delle società partecipanti alla fusione che quindi si riteneva sopravvivere.

      Conseguenza dell’estinzione è che il procedimento giurisdizionale in corso continua con la società incorporante o addirittura può iniziare direttamente un procedimento la stessa società incorporante con riferimento al rapporto giuridico già instauratosi in capo alla società incorporata anteriormente alla fusione, e non più legittimando il primigenio ente (fuso) a essere chiamato in giudizio o esso a proporre l’introduzione di un giudizio.

      Analizzando poi sotto un punto di vista sostanziale, e seguendo la teoria classica dottrinaria, il fenomeno della successione universale, questa ha sempre significato il subentrare di un soggetto ad un altro in tutte le situazioni giuridiche attive e passive, nonostante il mutamento del soggetto; rilevante conseguenza è che la successione (universale) allora è una vicenda non estintiva di situazioni giuridiche bensì solo modificativa del profilo soggettivo di un rapporto giuridico. Poi vi è la classica partizione della successione “tra vivi” o “per causa di morte” e altresì tra successione “a titolo universale” e “a titolo particolare”; sicuramente nel caso della fusione non ci si trova in presenza di una successione a titolo particolare ma universale e bisogna vedere se apostrofarla come successione tra vivi o successione per causa di morte.  Aderendo alla dottrina prevalente e anche alla giurisprudenza, specialmente quella formatasi dopo la novella del 16 gennaio 1991 numero 22 e sino alla novella legislativa del 2003 num. 6,  la giurisprudenza sostanzialmente uniforme, aveva affermato che la fusione di due o più società realizzerebbe sempre una successione universale corrispondente a quella mortis causa (e non tra vivi), determinando l’estinzione delle società partecipanti o della incorporata nella fusione impropria, principio oggi ripreso dalla recente sentenza della Cass a sez. Unite che ha abbandonato infatti il concetto formatosi dopo la novella del 2003 che le società non si estinguessero.

    La Cassazione a Sezioni Unite 21970/2021 ha motivato la sua decisione relativa alla estinzione della società, oltre che sulla base di una interpretazione sistematica della normativa della fusione nell’ambito internazionale, con il rilievo che la nuova formulazione dell’art. 2504 bis del codice civile non è tale da far presumere che il legislatore del 2003 abbia innovato al previgente orientamento secondo il quale la fusione era classificata come un fenomeno estintivo -lì dove ha sostituito l’espressione “società estinte” con l’espressione “società partecipanti alla fusione” nel detto articolo 2504 bis c.c.- presumendosi -aggiunge- erroneamente che il legislatore aderisse all’orientamento del fenomeno fusione/scissione quale mera modificazione dei loro assetti societari adducendo quale argomento dirimente altresì che l’articolo 2495 comma 2 codice civile prevede, in seguito alla cancellazione della società dal registro delle imprese, un effetto estintivo che prima della riforma del  2003 derivava solo dalla cessazione di ogni rapporto giuridico facente capo alla società cancellata, estinzione che si verifica in tutti i casi in cui una società viene cancellata dal Registro delle Imprese a prescindere dal motivo che porta a detta cancellazione.

     Stante ciò si può ritenere che la normativa applicabile alla successione universale mortis causa sia applicabile per analogia, nei limiti di compatibilità, alla successione che avviene a seguito della estinzione della società fusa per incorporazione, addirittura potendosi avere anche in questo caso la successione nel possesso ai sensi del 1° comma dell’articolo 1146 cod. civ., cosa non  possibile avvenire nei trasferimenti inter vivos, anche se a titolo universale. La dottrina infatti distingue la successione dal trasferimento dando alla prima un’estensione maggiore: il trasferimento a titolo particolare può aversi solo nella posizione attiva mentre la successione permette il subentrare di un nuovo soggetto sia nel lato attivo che nel lato passivo e peraltro essa può prescindere da qualsiasi atto traslativo ed è questo il fulcro del discorso per poterci aiutare a risolvere il problema che stiamo affrontando e cioè l’applicabilità o meno della disciplina legale cogente inerente ai trasferimenti immobiliari.

     Infatti da tutto ciò non è legittimo inferire che quindi il trasferimento del compendio aziendale, magari includente anche beni immobili, della società cancellata incorporata o della società scissa trovi il proprio fondamento giuridico e giustificazione unicamente nell’estinzione della società e della conseguente successione universale poiché se è vero, come è vero, che nella scissione parziale la società scissa continua ad esistere eppure il suo patrimonio passa alla beneficiaria, ciò significa che la causa in senso giuridico che giustifica il trasferimento degli assets non è (solo) la successione universale conseguente alla estinzione (che qui non vi è) ma la nota funzione di riorganizzazione aziendale che connota l’istituto della fusione e scissione; se così è non può mutare il fondamento (della fusione e scissione) che giustifica il trasferimento del patrimonio a seconda che si attui o meno l’estinzione dell’ente, rimanendo detto fondamento sempre il riassetto organizzativo degli enti societari che partecipano all’operazione che sfocia, come sovente avviene nella scissione e sempre nella fusione, nell’estinzione dell’ ente societario che -si ribadisce- non è però il presupposto imprescindibile del trasferimento dei beni. Rimane quindi sempre valida la ricostruzione dottrinaria che il trasferimento degli assets aziendali (incluso gli immobili) sono una conseguenza indiretta e secondaria e non la funzione primaria della fusione e scissione. Peraltro i rapporti giuridici transitano tra le società fuse e conseguentemente le società si estinguono per cui la fusione è quindi causa della successione e non il suo effetto. In altre parole nella fusione e scissione abbiamo ad oggetto non un trasferimento immediato e diretto del patrimonio (anche immobiliare o i diritti reali parziari relativi) ma detto passaggio di patrimonio è invece la conseguenza secondaria di un negozio giuridico diverso avente quale proprio contenuto precipuo la volontà di procedere alla ristrutturazione dell’assetto organizzativo delle società partecipanti alla fusione o scissione. Corollario di ciò è quindi che il trasferimento dei beni trova giustificazione e fondamento nella ristrutturazione dell’assetto organizzativo e non già nella successione che è quindi un evento collaterale all’evento fusione o scissione che a volte neanche sussiste nella scissione impropria. Si può altresì considerare, a fortiori, che questa successione è analoga ad una successione a titolo universale mortis causa e giova quindi ricordare il brocardo di diritto romano “ubi eadem ratio ibi eadem iuris dispositio”.

       Stante quanto sopra non dovrebbe, come non deve, ricorrere l’applicabilità delle normative in tema di conformità catastale, in tema di conformità urbanistica e di certificazione energetica nel caso di trasferimento di beni immobili facenti parte dell’azienda gestita dalla società fusa e cancellata, in quanto queste normative sono sottese e giustificate solo da un passaggio di proprietà immediato e diretto, costituente il fondamento del negozio che produce questo trasferimento di proprietà, quindi a titolo particolare. Ciò risulta evidente anche dal lessico usato dal legislatore che non si riferisce mai ad una successione a titolo universale ma a un trasferimento a titolo particolare e “tra vivi” come si può rilevare dallo stesso dettato normativo degli articoli 46 del d.p.r. 380 del 2001 in tema di conformità urbanistica, dall’articolo 30 del medesimo d.p.r. con riferimento al trasferimento di un terreno, dall’articolo 29 comma 1-bis della legge 27 febbraio 1985 numero 52 in tema di conformità catastale e dall’art. 6 del d. lgs. 19 agosto 2005 n. 192 in tema di attestato di prestazione energetica.

Roberto Santarpia,  Notaio in Orzinuovi.

Lo studio notarile rimbalzante – a cura Dott. Michele D’Agnolo

E’ prima mattina, un cliente telefona allo studio notarile. Entra in funzione la segreteria telefonica, che lo invita a chiamare da lunedì a venerdì dalle 9 alle 13 o dalle 16 alle 19. Peccato che sia lunedì mattina e siano già le 9,10, ma nessuno risponde.

Il cliente non si perde d’animo. Ritenta alle 9,30 ma trova occupato. Ritenta nuovamente alle 9,50. Passa quasi indenne il selettore automatico che lo invita a scegliere se parlare con l’amministrazione, con il reparto successioni, con il reparto atti immobiliari, ecc…, oppure ad attendere per poter finalmente parlare con un essere umano. La segreteria però lo mette in attesa: i nostri operatori sono momentaneamente occupati, ma non riattacchi per non perdere la priorità acquisita…

Alle 10,30, rifatta per la quarta volta tutta la procedura, il cliente finalmente incrocia la voce di una persona che risponde con sufficienza: “Si? Per un mutuo? Guardi non deve parlare con me, ma con la mia collega dei mutui. Doveva premere il tasto 1, non il tasto 3. No, ora non riesco a passargliela, perché è impegnata col Notaio. Richiami cortesemente più tardi”.

Purtroppo, vi sono ancora studi notarili dove il cliente viene vissuto come un male necessario e si verificano, spesso all’insaputa del Notaio, comportamenti simili a quelli appena descritti.

Lo studio notarile “rimbalzante” non è solo lento, scortese ed inefficiente nell’accoglienza telefonica, ma tende ad esempio ad erogare col contagocce anche le informazioni necessarie al reperimento dei documenti per la stipula. Sovente, infatti, il personale dà per scontate determinate nozioni ed informazioni che per i clienti non lo sono affatto, ed è un vero peccato perché se in fase iniziale il cliente collabora efficacemente, l’atto si stipula prima e meglio.

Per trasformare lo studio notarile da “rimbalzante” a “reattivo” e poi a “proattivo” occorre agire sia sul versante organizzativo e formativo che su quello della comunicazione e dell’educazione del cliente.

Sotto il profilo organizzativo si potrà ad esempio partire eseguendo un’indagine di soddisfazione della clientela. È anche possibile valutare oggettivamente i carichi di telefonate in ingresso misurando con un apposito software collegato al centralino VOIP il numero, la collocazione temporale e la durata media delle stesse e di conseguenza dimensionare correttamente il numero di linee e lo staff di accoglienza, in base ai picchi periodici previsti. Inoltre, si potrà intervenire sul personale con apposita formazione in materia di comunicazione efficace e di corretta gestione del rapporto con il cliente. L’affiancamento di un coach potrà facilitare l’effettiva applicazione sul campo delle nozioni apprese. Si potranno perfino inviare di tanto in tanto, all’insaputa del personale, dei clienti fittizi che testino i comportamenti della struttura.

Sotto il profilo dell’educazione al cliente, oltre a fornire elenchi di documenti personalizzati ed eventuali approfondimenti esplicativi, si possono predisporre brevi supporti audiovisivi a carattere informativo/formativo da collocare ad esempio nel sito web dello studio che possono essere allegati mediante un link ad una email o ad un messaggio.

Lo studio proattivo aumenta la fedeltà dei clienti e la probabilità di ottenere da questi un passaparola positivo con altri potenziali contatti.

Michele D’Agnolo, Executive Consultant – Intuitus Network.